La guerra parallela

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 181, Novembre 2001 di Aeronautica & Difesa

Da una parte c’è la guerra classica, quella dei “cruise”, dei bombardieri e dei caccia delle portaerei. Dall’altra c’è una guerra parallela, invisibile e segreta, ma altrettanto importante, i cui interpreti sono gli aerei non pilotati, i satelliti e vere e proprie azioni di disinformazione, di copertura e di guerra psicologica.
A svelarcene solo ufficiosamente l’esistenza sono state le immagini trasmesse da Al Jazeera, la CNN araba, che pochi giorni prima dell’attacco americano all’Afghanistan, mostravano un Unmanned Air Vehicle di tipo “Predator” (come quelli appena acquistati dall’Italia), che incurante del fatto che fosse pieno giorno (cosa che lo rendeva vulnerabile alla contraerea), sorvolava a bassa velocità e media quota la capitale Kabul, per fotografarla dall’alto.
La guerra classica è iniziata con “Enduring Freedom”, che ha concentrato l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media sui primi lanci di missili da crociera “Tomahawk” e sui raid notturni di F-18 “Hornet” e F-14 “Tomcat” delle portaerei, dei B-52 di Diego Garcia e dei B-2 delle 40 o 44 ore di volo andata e ritorno da Whiteman AFB in Missouri. In realtà malgrado quello che faccia parlare siano le bombe più o meno intelligenti e gli aerei convenzionali, il vero sforzo della coalizione anglo-americana è nello svolgimento della guerra “sporca”, iniziata l’11 settembre, poche ore dopo gli attacchi al World Trade Center e al Pentagono, con lo scopo di ottenere una lista di obiettivi e di minacce presenti in Afghanistan. Ricognizione aerea o satellitare, SIGINT (Signal Intelligence) e PSYOPS (Psycological Operations) sono i mezzi attraverso i quali gli Stati Uniti tentano di braccare Osama Bin Laden e di tenere traccia di tutte le mosse del regime dei Talebani. Si tratta di missioni talmente importanti da far ipotizzare all’autorevole quotidiano britannico “The Times” che gli attacchi “classici” dal cielo continueranno per mesi (nonostante l’evidente mancanza di obiettivi e la conclamata conquista della supremazia aerea), solo per distrarre l’opinione pubblica ed i media dalle vitali operazioni di intelligence.
Cerchiamo di fare un punto di situazione su quella che storicamente è chiamata “guerra non convenzionale”, basandoci sulle poche notizie filtrate dagli Stati Uniti circa le operazioni aeree. Un primo dato di fatto è proprio questo: rispetto a tutte le guerre recenti – dal Vietnam in poi, per intenderci – le autorità militari statunitensi hanno in questo caso utilizzato qualsiasi mezzo per tenere segreta la fase di “build up” (preparazione) delle forze nella regione asiatica, la cui composizione in termini quantitativi risulta ancora ignota. Non sono stati resi noti, come comunemente avviene in queste occasioni, l’esatto numero di aerei e uomini impegnati nell’“Enduring Freedom” e si è ricorso a numeri e dati generici che non contenevano alcuna informazione sulle basi di rischieramento, sugli scali, sulle date e sulla posizione geografica approssimativa delle portaerei. Quello che a tutt’oggi è noto lo si deve alle televisioni asiatiche che hanno visto arrivare o partire aerei e navi dalle basi e dagli aeroporti locali ed alle notizie che circolano, quasi incontrollate e ovviamente prive di alcuna conferma, su Internet. A proposito di Internet va detto che il Department of Defence, principale riferimento per la stampa specializzata di tutto il mondo, che durante l’Allied Force sul suo sito rendeva disponibili le immagini dal satellite pre e post-strike, è stato sottoposto ad una sorta di censura che ha portato alla pubblicazione di poche, scarne, informazioni. Sono stati inoltre disabilitati, per motivi di sicurezza, i siti che permettevano di visualizzare la posizione delle portaerei della Navy e delle portaeromobili dei Marines, mentre auto-censura è stata quella che si è imposta la Federation of American Scientists (FAS). La Federazione, che gestisce uno dei siti più autorevoli di analisi politico-militare, in passato è stata protagonista di alcuni “scoop” sensazionali come la pubblicazione dell’Orbat (Order of Battle, Ordine di Battaglia) delle forze impegnate nell’Allied Force o le foto dal satellite delle basi nucleari israeliane, delle basi aeree cinesi e dell’Area 51. Le ragioni di questo cambio di tendenza nella gestione delle informazioni sono da ricercare nel fatto che l’obiettivo, per la prima volta dalla 2a Guerra Mondiale, non era quello di “mostrare i muscoli” all’avversario nella speranza di evitare il confitto armato. Questa volta il nemico non è definito, non è una nazione. L’unica cosa che si sa è che è un combattente terribile, nascosto ovunque e in grado di colpire in qualsiasi parte del mondo con “cellule dormienti” determinate a continuare la “jihad” contro gli Stati Uniti a qualsiasi prezzo e con qualsiasi mezzo. La deterrenza questa volta non bastava, serviva l’aiuto delle nazioni più vicine all’Afghanistan per farne delle basi di partenza per i propri aerei e poter attaccare gli obiettivi da qualsiasi direttrice. Il personale ed i mezzi delle forze armate americane dovevano lavorare al riparo da attacchi terroristici intimidatori o dalla protesta di pacifisti e oppositori.
Per stanare questo nuovo nemico, il Terrorismo, il Pentagono ha messo in campo qualsiasi mezzo tecnologico in suo possesso e ha cercato di tutelare al massimo delle sue possibilità le proprie forze per ottenere il maggior profitto possibile dall’effetto-sorpresa.

Ricognizione elettronica
e fotografica

Il monopolio (o quasi) spaziale americano permette una tranquilla sorveglianza degli obiettivi grazie al satellite. Per fortuna, non esistono ancora armi in grado di accecare questi “occhi” che permettono di scattare fotografie ad altissima definizione da altezze di circa 700 chilometri dalla superficie terrestre. La collezione delle immagini sull’Afghanistan e dintorni è garantita da 5 o 6 satelliti cui vanno aggiunti gli UAV “Predator”, che hanno avuto il loro battesimo del fuoco in Serbia, e da almeno un paio di nuovissimi “Global Hawk” che hanno un’autonomia di 36 ore in missioni fotografiche svolte a quote superiori ai 50.000 piedi. Le immagini servono anche alla NIMA (National Imagery and Mapping Agency) che si occupa di produrre le mappe in dotazione ai piloti americani.
Accanto ai satelliti fotografici opera un’altra mezza dozzina di satelliti geostazionari che hanno compiti SIGINT cioè di ascolto di ogni tipo di segnale elettrico in entrata e in uscita dall’Afghanistan. I satelliti spia sono integrati nell’architettura del sistema di ascolto Echelon che, grazie ad una rete fatta anche di antenne e di sonde, “ascoltano” il traffico che transita attraverso le reti informatiche; queste fanno capo a basi terrestri situate in Europa, America ed Australia e permettono l’intercettazione di messaggi contenenti “parole chiave” pronunciate al telefono, alla radio o inserite nei messaggi di posta elettronica.
Non solo i satelliti hanno funzioni di intercettazione di comunicazioni radio (COMINT, Communication Intelligence) o di emissioni elettroniche (ELINT, Electronic Intelligence), anche gli aerei specializzati svolgono queste importanti missioni. Ci sono gli RC-135 del 95th RS normalmente basati a Mildenhall, in Gran Bretagna, e rischierati per l’occasione a Incirlik, in Turchia; gli EP-3E del VQ-1 e 2 (come quello protagonista dello scontro in volo con un aereo cinese, v. Aeronautica & Difesa n.175, pag.24) che operano da Kadena, Okinawa; gli EA-6B della Navy che decollano dalle portaerei; e gli U-2S del 9th RW che svolgono missioni ESM (Electronic Support Missions) decollando da Sigonella in Sicilia. E’ interessante notare che gli U-2 nel nuovo scenario strategico siano utilizzati in missioni SIGINT più che di ricognizione fotografica vera e propria, per intercettare le comunicazioni telefoniche dei telefoni GSM dei membri di al-Qaeda. Nel campo dell’intercettazione telefonica vengono usati dei voice-recognition scanner che servono per identificare e localizzare le voci di Bin Laden e dei suoi più stretti collaboratori.
E’ stato rivelato che il 20 agosto 1998, quando dei missili “Tomahawk” furono lanciati da una nave statunitense che stazionava nell’Oceano Indiano verso il campo base di Bin Laden in risposta agli attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania, i cruise erano “locked” (cioè agganciati) al segnale emesso dal telefono satellitare di Bin Laden. Nel settore della ricognizione la “Enduring Freedom” non propone attori solamente a “stelle e strisce”: un assetto molto importante che è anche una vecchia conoscenza nostrana per essere stato basato sia a Pratica di Mare sia ad Aviano durante l’impiego operativo nel teatro balcanico, è il “Nimrod” R.1 del 51 Sqn della RAF. Normalmente basato a Waddington nel Lincolnshire, questo “spione” è stato rischierato sia in Oman che in Bahrain per “ascoltare” le emissioni dei terroristi per conto di Sua Maestà. Per quanto riguarda la photo-reconnaissance la Gran Bretagna ha messo in campo, su esplicita richiesta americana, anche il vecchio “Camberra” PR.9, un bombardiere nato nel 1951 e modificato con una fotocamera elettro-ottica molto simile a quella dell’U-2. Da 49.000 piedi il “Camberra”, che per l’occasione è stato rischierato a Cipro, può ancora fotografare i titoli di un giornale a terra, con estrema chiarezza.
Spiare non è però tutto. Anche il convincimento e la costrizione psicologica sono considerati strumenti fondamentali per evitare che il terrorismo islamico faccia altri proseliti in Afghanistan e per persuadere la popolazione a interrompere il supporto diretto o indiretto al regime dei Talebani e ad al-Qaeda. Per questo sono stati inviati nel teatro di operazioni, probabilmente operanti da Incirlik (in Turchia), un imprecisato numero di EC-130E “Commando Solo”, dei velivoli che fungono da vere e proprie stazioni radio e TV volanti, che grazie a potentissime antenne VHF, UHF e HF, prima “jammano” o oscurano del tutto le trasmissioni dei media locali, e poi le sostituiscono con quelle americane, emesse in banda AM, FM, HF e televisiva contenenti messaggi, espliciti o subliminali, a ribellarsi al regime talebano, a non supportare i terroristi, a fornire informazioni utili su al-Qaeda, a consegnarsi agli americani ecc.

Il volantinaggio

Guerra psicologica è anche quella fatta dai C-17 che subito dopo i primi raids del 7 ottobre hanno lanciato dei pallets contenenti aiuti umanitari. Oltre a generi di primaria necessità, i “pacchi dono” contenevano anche dei volantini che incitavano alla ribellione dal regime talebano oltre ad altre imprecisate istruzioni per fornire informazioni utili per localizzare Bin Laden. Quella del “volantinaggio” è una pratica molto utilizzata nella Guerra psicologica in quanto non servono supporti dedicati per metterla in atto e qualsiasi assetto può essere utilizzato per questo scopo(il lancio può essere effettuato dai C-130 e dai C-17 ma anche dagli F-16, dagli A-10 e dagli elicotteri). Tra i volantini lanciati finora sull’Afghanistan,scritti rigorosamente sia in arabo che in inglese per permetterne la comprensione a tutti, il più significativo raffigurava un arabo e un occidentale che si danno la mano in segno di amicizia e di fratellanza fra i popoli. Il leaflet riportava le parole “La coalizione delle Nazioni è qui per aiutare il Popolo dell’Afghanistan”: un chiaro invito a non interpretare la guerra contro il Terrorismo come una crociata contro l’Islam. Potere della comunicazione.

@ David Cenciotti