Operazione Giotto: i retroscena

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 180, Ottobre 2001 di Aeronautica & Difesa

Siamo di fronte ad un nuovo tipo di guerra: quella al terrorismo. Non più bombardieri strategici, roba da Guerra Fredda; non più missili nucleari lanciati da sottomarini o “cruise” sparati dagli incrociatori, anacronistici. Oggi la guerra ha assunto un nuovo aspetto, terrificante, come le immagini dei B-767 lanciati verso il World Trade Center poco dopo le 15 ora italiana, dell’11 settembre scorso. D’un tratto il mondo apprende che nel XXI secolo la guerra è quella che si scatena dirottando aerei civili e dirigendoli contro obiettivi “paganti”, come le Twin Towers, come il Pentagono, come la Casa Bianca o il Quartier Generale della CIA.
Finora nessuno aveva mai pensato ad uno scenario del genere, ad un salto di qualità così letale del terrorismo, nessuno, tranne forse un famosissimo scrittore americano, Tom Clancy, l’autore de “La grande fuga dell’Ottobre Rosso”, che nel 1997 aveva scritto un libro di 958 pagine, “Potere Esecutivo”, nel quale ipotizzava un attacco distruttivo al Campidoglio di Washington D.C. con un B-747 della JAL dirottato. Fantapolitica da film di Hollywood fino a qualche giorno fa; una triste profezia da quel martedì mattina che potrebbe aver cambiato la storia della nostra epoca.
A dire il vero, anche qualcun altro aveva previsto questo nuovo tipo di minaccia e si era attrezzata a difendersi dal terrorismo del terzo millennio: l’Italia.
Massicce misure di sicurezza, con aerei ed elicotteri militari armati di tutto punto, in volo per 4 giorni, 24 ore su 24, per assicurare la difesa aerea del G-8 di Genova e del Presidente degli Stati Uniti (che la comunità dell’intelligence indicava già come un possibile bersaglio di azioni dimostrative provenienti dal cielo) sono la dimostrazione che il nostro paese, un mese e mezzo prima della strage del World Trade Center, aveva già preso le precauzioni contro gli attacchi aerei, quelle prese poi dagli Stati Uniti in maniera massiccia solo dopo le stragi.
Ma solo ora, con le immagini dei B-767 che si schiantano addosso ai simboli della “Grande Mela”, possiamo comprendere quanto quel rischio fosse concreto. L’ha ricordato anche il Ministro degli Interni On. Scajola, commentando “a caldo” l’atto di guerra perpetrato a New York: i servizi segreti italiani avevano ipotizzato quel tipo di attacco suicida durante il summit dei grandi della Terra svoltosi tra il 21 e il 22 luglio a Genova, ed era pronta a respingerlo. Aeronautica & Difesa vi spiega come.

L’Operazione “Giotto”: un ombrello difensivo impenetrabile

Per proteggere il G-8 (da cui il nome dell’operazione “Giotto”), l’Italia ha messo in piedi un impianto difensivo interforze che ha visto l’Aeronautica Militare responsabile della difesa aerea dello spazio aereo attorno all’aeroporto “Cristoforo Colombo” di Genova.
Una sorta di No-Fly Zone, con raggio di 35 NM e centro nel VOR di Sestri, garantiva l’inviolabilità del summit: suddiviso in 3 aree, per facilitarne la gestione da parte degli organi di controllo del Traffico Aereo, lo spazio aereo attorno alla città ligure era assolutamente vietato ai voli VFR (Visual Flight Rules) e reso parzialmente permeabile ai soli velivoli di stato, preventivamente autorizzati, per i quali erano stati disegnati appositi istradamenti “sicuri”. Qualsiasi velivolo non identificato che si fosse avvicinato entro le 5 NM da Genova sarebbe stato ipoteticamente abbattuto (anche se le regole d’ingaggio erano probabilmente molto restrittive al fine di evitare qualsiasi possibilità d’errore) e per mettere tutti a conoscenza delle restrizioni temporanee imposte dalle misure di sicurezza adottate per il summit, l’ENAV aveva anche emesso un NOTAM il 18 giugno, nel quale venivano indicate le procedure e le rotte da seguire per evitare la NFZ. L’A.M. ha predisposto un sistema integrato per la sorveglianza dello spazio aereo e per il coordinamento delle componenti aeree coinvolte in operazioni di pattugliamento o di evacuazione sanitaria. Il centro di comando e controllo è stato allestito presso l’aeroporto “Cristoforo Colombo” dal Gruppo Campale Comando e Controllo di Bari.
Questo centro si avvaleva di altre due strutture: una per il controllo tattico delle forze aeree (CCTA) e una per il controllo operativo delle operazioni aeree (CCOA). Il complesso dispositivo di controllo sfruttava l’Air Picture fornita da un E-3 AWACS della NATO costantemente in orbita nell’Alto Tirreno e dal Radar M.R.C.S. attestato per l’occasione sul Monte Settepani, ad ovest di Genova, dal personale della 122^ Squadriglia Mobile del Reparto Addestramento Controllo Spazio Aereo di Borgo Piave (LT).
Due batterie “Spada” provenienti da Verona-Villafranca sono state poste a difesa dell’area aeroportuale di Genova. In volo sopra la zona metropolitana, gli HH-3F del 15° Stormo rischierati a Sarzana. In configurazione Combat SAR, con Night Vision Goggles e mitragliatrici da 7,62 mm, i “Pelican” hanno svolto missioni di pattugliamento, atte a scoraggiare eventuali elicotteri o ultraleggeri che volessero avvicinarsi per lanciare volantini o per esporre striscioni, assicurando anche il trasporto di emergenza in caso di necessità.
Più a largo, a sud di Genova, hanno operato i 4 F-104 del 9° Gruppo del 4° Stormo di Grosseto. In volo a coppie, gli Starfighter hanno più che altro “fatto presenza” effettuando brevi missioni addestrative d’intercettazione vista la loro limitata autonomia che non ne consentiva l’utilizzo in vere e proprie Combat Air Patrols (CAP). Più utile invece la velocità degli “Spilloni” di Grosseto e Grazzanise nel caso di “Scramble”: ripristinata la prontezza in 5 minuti prevista durante la Guerra Fredda (oggi la Difesa Aerea opera con una prontezza al decollo di 15 minuti), con prestazioni che gli consentono ancora delle arrampicate impressionanti, gli F-104 armati di missili sia a guida radar semiattiva (Aspide) che infrarosso (AIM-9 Sidewinder) potevano contrastare efficacemente, ad una grande distanza dall’obiettivo prefissato, qualsiasi velivolo dirottato da kamikaze.
Impegnati principalmente nel “pattugliamento d’altura” i 4 Tornado ADV del 36° Stormo, rischierati a Piacenza, che grazie al loro potente radar “Foxhunter” e ad una discreta autonomia hanno effettuato CAP e missioni di Visual Identification (VID) di traffici civili in volo a ridosso della NFZ. Prima assoluta in operazione reali, nel ruolo anti-elicottero anche per gli MB-339CD del 212° Gruppo del 61° Stormo rischierati a Piacenza che, armati di cannoni subalari da 30 mm, rappresentavano un ottimo strumento per la Difesa di punto e potevano essere impiegati anche nel ruolo di intercettori contro velivoli di dimensioni medio-piccole. A questi assets vanno aggiunti i velivoli dei Marines americani, che operavano integrati nel dispositivo italiano dalle unità anfibie e portaeromobili a largo di Genova, e gli elicotteri di tutte le altre Forze Armate che hanno concorso al mantenimento dell’ordine pubblico durante il G-8.

© David Cenciotti