Effect Based Operations

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 199, Maggio 2003 di Aeronautica & Difesa

Nel primo giorno dell’Operazione “Desert Storm” del 1991, le immagini dei traccianti della contraerea e dei missili che colpivano una Bagdad immersa nell’irreale luce verde dei visori notturni, venivano un po’ in tutto il mondo commentate con lo stesso dato: nelle prime 24 ore della guerra all’Irak gli aerei alleati avevano colpito un numero di obiettivi pari a tutti quelli colpiti tra il 1942 e il 1943. A guerra conclusa, una pubblicazione dell’USAF sulle operazioni militari nel Golfo Persico, riportava un commento che la dice lunga su come il Potere Aereo sia influenzato dalla precisione delle proprie bombe: “Nella Seconda Guerra Mondiale, per colpire un obiettivo delle dimensioni di uno shelter per il ricovero dei velivoli erano necessarie 9.000 bombe. In Vietnam ne servivano in media 300. Oggi basta una bomba a guida laser lanciata da un F-117”.

Ma dal settembre del 1991, data di pubblicazione di questo commento (che avremo modo di dettagliare meglio in seguito con dati più precisi), sono passati altri 12 anni e, tanto per dare un ordine di grandezza, non dovrebbe stupire più di tanto il fatto che durante le prime ore dell’Operazione Iraqi Freedom le forze aeree americane erano in grado di colpire un numero di obiettivi 10 volte superiore a quelli attaccati nel D-Day della Desert Storm. Che cosa è cambiato in poco più di un decennio? Molte cose.

Innanzitutto c’è stato un miglioramento generale della tecnologia impiegata in guerra, con l’introduzione di tecnologie che durante la prima Guerra del Golfo erano più o meno in fase sperimentale come il GPS, inoltre è migliorato l’approccio alla campagna aerea in termini di pianificazione. Le “lessons learned” dei recenti conflitti in Afghanistan e in Kosovo hanno permesso di migliorare le metodologie di impiego del mezzo aereo e dell’armamento limitando, il più possibile, il rischio che gli ordigni utilizzati possano causare “danni non attesi”. Chiariamo subito un concetto: non parliamo di “danni collaterali” ma di “danni non attesi” semplicemente perché i primi sono quelli calcolabili in fase di pianificazione e quindi riducibili, che occorrono in caso di attacco ad un obiettivo approvato (la distruzione dei vetri di una palazzina limitrofa ad un quartier generale nemico è un danno collaterale come la distruzione di una casa a seguito dell’esplosione di un bunker nel quale non ci aspettava fossero custodite munizioni); un danno non atteso è invece la distruzione accidentale, causata da un ordigno malfunzionante o da un errore dell’intelligence, di qualsiasi struttura o installazione che non era un obiettivo in fase di pianificazione. Purtroppo in questa categoria di danni ricadono tutte o quasi le stragi di civili durante i conflitti. Mentre i danni collaterali sono in un certo senso gestibili poiché calcolabili, non c’è modo di prevedere quelli non attesi. Si può solo tentare di prevenirli con l’impiego di tecnologia a prova di fallimento, con un addestramento ed un sistema di controllo delle comunicazioni migliore. Gli stessi militari sono spesso vittime di danni non attesi. In Afghanistan un FAC (Forward Air Controller, Controllore Aereo Avanzato) fu colpito dalle bombe sganciate dagli stessi aerei che stava guidando da terra nel corso di una missione di supporto ravvicinato alle truppe. Cambiando le batterie al proprio GPS durante l’attacco aveva ri-inizializzato le coordinate dell’obiettivo sostituendo automaticamente a quelle del target, le proprie. Le JDAM a guida satellitare gli piovvero praticamente in testa. Questo tipo di errore è difficilmente prevedibile.

Torniamo alla campagna aerea. La ricetta vincente sembrerebbe essere quella che prevede l’impiego di un minor numero di velivoli, in grado però di trasportare una varietà di armamenti di precisione che possa permettere di colpire una molteplicità di obiettivi, alcuni dei quali non pre-determinati, con una pianificazione che permetta di diminuire il rischio di danni collaterali, e con l’impiego di tecnologie e metodologie che possano evitare il più possibile il rischio di danni non attesi. In parole povere, non vedremo più formazioni di decine di bombardieri che effettuano bombardamenti a tappeto per saturare di bombe una determinata area per assicurare la distruzione dell’obiettivo; i velivoli d’attacco volano in coppia, per poter assicurare l’un l’altro il mutuo supporto e la precoce identificazione delle minacce contraeree (o addirittura da soli se la supremazia aerea è conquistata e non c’è rischio di difese antiaeree) trasportando armamenti eterogenei che permettono di attaccare qualsiasi tipo di target assegnato dinamicamente dal Joint Star o dall’Airborne FAC di turno. Questa rivoluzione dottrinale non sarebbe stata possibile se non fossero state introdotte importanti migliorìe ai sistemi di guida delle bombe. La scarsa precisione degli ordigni impiegati nella Seconda Guerra Mondiale è la causa che spinse i comandi americani ad impiegare i propri B-17 per i bombardamenti massicci in Germania e in Giappone. Ovviamente, oltre a non essere efficaci contro gli obiettivi militari, le bombe di 60 anni fa causavano gravi perdite tra i civili. Per fortuna, non ci sarà un’altra Dresda in futuro.

Circular Error Probabile

I militari misurano la precisione delle bombe mediante un parametro: il CEP, Circular Error Probable, ovvero l’errore circolare probabile delle stesse. Praticamente, è il raggio del cerchio con centro nell’obiettivo in cui andranno a cadere il 50% delle bombe di quello stesso tipo. Durante la Seconda Guerra Mondiale, il CEP di una bomba era mediamente di 1 chilometro, cioè una bomba su due lanciate da un B-17 cadeva entro un raggio di 3300 piedi (1.000 metri) dall’obiettivo. In poche parole, come spiegato recentemente da Col. Gary Crowder dell’Air Combat Command nel corso di un briefing tenuto al Pentagono per la stampa lo scorso 19 marzo, se fosse stato necessario avere una high kill probability (alta probabilità di colpire l’obiettivo designato) su un bersaglio di 20 x 30 metri sarebbero serviti 1.500 aerei e circa 9.000 bombe. Con lo sviluppo delle LGB la precisione delle bombe ha permesso ai velivoli alleati di colpire due bersagli separati con un CEP di 10 metri. Ovviamente questo valore è sceso ancora fino a raggiungere un valore prossimo ai 3 metri (10 piedi). Quindi,se nel Vietnam per colpire un solo obiettivo servivano 30 sortite di F-4 ed un totale di 176 bombe (con un CEP di 130 metri), nella Desert Storm si potevano colpire 2 obiettivi con un solo F-117 le cui LGB garantivano un CEP di 3 metri. Oggi un singolo B-2 può colpire in una sortita ben 16 obiettivi con un CEP di tutto rispetto di circa 7 metri. Tutti questi numeri dimostrano come in poco più di mezzo secolo, velivoli più avanzati e bombe più precise abbiano rivoluzionato gli effetti del Potere Aereo diminuendo il tempo ed il numero di sortite richieste per perseguire gli stessi obiettivi. Nel tempo è radicalmente cambiato anche il modo di condurre la pianificazione della guerra: i velivoli d’attacco non vengono impiegati solo per colpire uno o al massimo due bersagli, ma il maggior numero di target nella stessa sortita. Un B-1 può trasportare 24 Joint Direct Attack Munitions (JDAM a guida GPS) il che lo rende idoneo a poter attaccare durante la stessa missione 24 obiettivi differenti. Ancora una volta, anche nella nuova concezione di bombardamento, un vero valore aggiunto è garantito dall’impiego di aerei invisibili ai radar: uno “stealth” non richiede un gran numero di velivoli di scorta e può operare in modo più o meno autonomo attaccando un gran numero di obiettivi con incredibile precisione. Nel 1991, uno dei primi “package” inviato a colpire la citta di Basra nel Sud dell’Irak era composto da 8 velivoli da attacco e da ben 41 aerei di supporto. Tra questi alcuni preziosissimi HVA (High Value Assets) come gli F-4G “Wild Weasel” o gli EA-6B, sottratti ad altri “package”, che dovevano assicurare la soppressione delle difese nemiche e la scorta elettronica. E’ soprattutto per questa ragione che da allora si preferisce utilizzare bombardieri “stealth” quando possibile, semplicemente perché non richiedono un così elevato numero di altri aerei per operare efficacemente. Durante la Guerra del Golfo il rapporto tra il numero di aerei di supporto e quelli da attacco era circa 5:1. Oggi, con gli stealth in numero sufficiente e con le esperienza del passato (anche l’unico abbattimento di F-117 nell’Allied Force ha insegnato qualcosa) il rapporto è sceso intorno a 2:1 (dato comunque non ufficializzato per ovvi motivi di segretezza).

Un’altra rivoluzione nel modo di pensare la guerra riguarda la cosiddetta “guerra parallela”. Non ci riferiamo come in passato a quelle missioni di raccolta delle informazioni e di intelligence necessarie a definire un Electronic Order of Battle del nemico. Nella moderna accezione, la guerra parallela è quella combattuta combinando due importanti addendi: tecnologie avanzate (bombe di precisione e stealth) ed il nuovo approccio alla pianificazione della campagna aerea accennato prima. Secondo la nuova concezione, non solo con uno stesso velivolo si possono colpire molti più target, ma l’intero apparato di difesa nemico non è più visto come un insieme più o meno omogeneo di possibili obiettivi ma come un vero e proprio sistema. In passato le campagne aeree erano concepite con lo scopo di colpire sequenzialmente tutti o quasi gli elementi dell’Integrated Air Defense System nemico. Oggi si cerca il più possibile di mirare al cuore del sistema per cercare di farlo “collassare”. Si può teoricamente eliminare un complicato network difensivo con una sola missione, purché mirata a sopprimere l’obiettivo giusto. Il punto quindi non è più colpire tutto ma colpire solo laddove gli effetti saranno maggiori: Effect Based Operations (le operazioni basate sugli effetti) o EBO.

Le EBO si fondano quindi su alcuni concetti fondamentali: pianificare correttamente la campagna andando a selezionare tra tutti i target solo quelli realmente vitali, per non lanciare bombe laddove non è strettamente necessario, utilizzare di conseguenza un numero molto inferiore di velivoli, possibilmente “stealth”, armati con munizioni di precisione.

Per quanto attiene alle bombe, hanno avuto un gran successo le JDAM perché la loro precisione è di gran lunga superiore a quella delle bombe a guida laser che soffrono moltissimo delle cattive condizioni meteorologiche o del fumo dei pozzi petroliferi incendiati. Grazie alla guida satellitare, se le informazioni relative al bersaglio sono corrette ed aggiornate, non c’è praticamente possibilità che una JDAM vada a finire fuori bersaglio. Le JDAM sono utilizzate dagli aerei americani in una doppia modalità: i dati dell’obiettivo possono essere pre-caricati prima del volo, qualora la sortita sia pianificata contro un bersaglio prestabilito o possono essere caricati in volo sulla base delle informazioni fornite al pilota dal controllore tattico di un EC-130 o di un E-8 o da un FAC di terra. Come abbiamo già avuto modo di spiegare in precedenza, nel primo caso le JDAM sono praticamente infallibili mentre nel secondo, causa un intervento umano e la possibile errata digitazione delle coordinate, possono essere molto meno “precise”.

Malgrado la prima Guerra del Golfo sia stata pubblicizzata come un conflitto “hi-tech” vale la pena notare che solo il 9% delle bombe utilizzate erano bombe di precisione. Inoltre, solo il 2% delle sortite furono volate dai 36 F-117 rischierati nell’area anche se alla fine i “Nighthawk” si aggiudicarono il 53% dei target. Se poche decine di aerei durante la Desert Storm si aggiudicarono più della metà di tutti gli obiettivi volando una minima parte delle sortite totali, risulta chiaro come il concetto delle Effect Based Operations era già ben chiaro ai “decision makers” statunitensi nel 1991. Solo che allora non c’erano i mezzi per metterlo in pratica. Oggi, con le JDAM e le centinaia di velivoli “stealth” impiegati durante l’Iraqi Freedom, il potenziale delle forze aeree americane nel Golfo rispetto alla Desert Storm è aumentato di circa 10 volte. Non è quindi un caso che le operazioni aeree propedeutiche ad un attacco di terra nelle fasi iniziali del conflitto siano durate solo lo spazio di poche ore. E pensare che i target identificati erano 50.000. Probabilmente i pianificatori hanno scelto bene ed hanno impiegato al meglio aerei ed armamenti di precisione.

© David Cenciotti